La scena del delitto – Seminario con Jean Claude Mougin

La scena del delitto
seminario con Jean Claude Mougin
a cura di Simone Casetta
aperto a tutti 13 maggio 2015

Partendo dai lavori di W. Benjamin e di J. Baudrillard, ci si propone di indagare i significati di quella che è stata metaforicamente definita la Scena del delitto. Mostreremo quindi che in questa fase storica la fotografia emergente non ha a che fare con un inizio, bensì con una fine.

Si è imposta nello scorrere della nostra storia una concezione matematica del reale a partire dall’ideale geometrico, già presente nella cultura greca antica, la rappresentazione di un mondo che si vuole come conchiuso e finito, concezione a cui la svolta romana (Heidegger) aggiunge la nozione di Impero, il respingimento dei limiti.

Questo passaggio, al limite tra il mondo e l’im-mondo (Gérard Granel), si realizzerà nel Rinascimento con la matematizzazione del reale come, per esempio, nelle opere di Brunelleschi e negli scritti di Galileo Galilei. La “Città Ideale” di Urbino non è forse la prima scena di un delitto? La Camera Obscura che aveva fornito i parametri per la lettura prospettica, farà poi da modello per tutte le macchine fotografiche.

Descartes sospingerà in seguito la scienza al di là dei suoi stessi orizzonti, con l’invenzione della geometria analitica, la calcolabilità, che non conosce ormai più limiti e si apre sull’infinito, iniziando così quella che è stata definita una “nuova barbarie” da W. Benjamin, fare tavola rasa del passato e quindi “divenire poveri di esperienza”.

Seguendo questa linea di pensiero, lo sviluppo senza limiti della numerificazione del reale, quale emerge nella fotografia digitale, viene ad essere, secondo Baudrillard, il “delitto perfetto” e la storia della fotografia può quindi testimoniare di questa trasformazione da mondo a im-mondo.

Benjamin ci aveva mostrato il declino dell’aura in seguito alla diffusione delle tecniche di riproduzione, quella a venire sarebbe stata a quel punto la fotografia moderna, possiamo identificarla con quella di Atget, in cui ogni fotografia rappresenta una scena del delitto, in quanto non mostra che degli indici, ci mette di fronte alla sparizione della realtà: la questione fotografica diviene politica.

Sparizione della realtà per esaurimento delle scorte, imbarco delle persone alla volta del Cyberspazio: questa fase di esaurimento è quel segno della fine della storia, che Hegel aveva già annunciato attraverso l’immaterialità del lavoro.

Per Alexandre Kojève tutto questo processo storico conduce allo “Stato Universale”, una mondializzazione intesa come economia di mercato che riduce l’uomo alla sua animalità e a non essere più null’altro che una cellula di consumo; l’uomo diventa l’essere «privato di un mondo» e ridotto a vivere nell’istantaneità della risposta agli stimoli, sottomesso a ogni tipo di condizionamento e a tutte le servitù volontarie.

Tuttavia, all’indomani di un viaggio in Giappone, è lo stesso Kojève a scoprire un’alternativa a questa animalità post-storica, in quello che chiamerà snobismo: il rituale stravagante della cerimonia del tè, del teatro “Nô” o dell’arte delle composizioni floreali.
Lo snobismo, come rifiuto di partecipare al tempo della mediocrità, potrà anche applicarsi a quelle forme di resistenza che si oppongono alla smaterializzazione attuale dell’arte, nel caso specifico della fotografia questo succede con la pratica attiva delle tecniche, definite ormai come alternative, ma che non sono altro che l’eredità di quasi due secoli di ricerca tecnica ed espressiva.

Jean-Claude Mougin, filosofo, fotografo autore, nasce nel 1943 e trascorre l’infanzia in campagna.

Il suo tirocinio è presso Lycée Victor Hugo a Besançon e la sua formazione all’Università di Besançon, nel 1961 i primi viaggi in Italia e la scoperta del Quattrocento. Il Maggio del ’68 gli procura qualche guaio con la giustizia militare.

Dal ‘69 è professore di filosofia al liceo Sfax in Tunisia dove fa “apprendistato” della cultura mediterranea e dove inizia ad appassionarsi alla fotografia, nel ‘79 torna in Francia a Charolles, dove conosce Paul Jay, direttore e fondatore del museo di storia della fotografia Nicéphore Niépce di Chalon-sur-Saône. Nel 1980 in occasione di una mostra di Paul Strand vede per la prima volta le sue stampe al platino o al palladio, per lui è una rivelazione e si dedica alla ricerca di questa tecnica, convertendosi al grande formato.
Dal 2003, si dedica totalmente alla fotografia: ha esposto a Tunisi, Parigi, Ginevra, Copenaghen, Phoenix in Arizona, Pechino, Corea e Cina.

Le sue opere sono presenti nelle collezioni del museo Niepce, al Fox Talbot di Lacock Abbey, al Museo dell’Eliseo di Losanna, all’Accademia di Belle Arti di Shenyang.
Ha pubblicato vari testi su Mario Giacomelli e Lorand Gaspar. Ha partecipato all’illustrazione dell’opera di Michel Tournier, ” Des Clefs et des Serrures ” e a quella di Paul Jay ” Les conserves de Nicéphore: essai sur la necessité d’inventer la photographie”, ha pubblicato un libro “Palladium” (vedi www.platine-palladium.com).

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